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Podcast - Educare al tempo libero e alla noia

La noia nei bambini è spesso considerata un vuoto da riempire, mentre è un'occasione inestimabile di maturazione, che gli adulti devono imparare a sostenere e accompagnare.

... Mi annoio!

Quante volte queste due parole attivano negli adulti la smania di organizzare, di orientare verso un'attività, di trovare un intrattenimento?
Quando i bambini sono piccoli, dopo poco tempo passato a girare per la stanza, aprire e chiudere cassetti, giocare con qualcosa e lasciarlo da parte dopo poco, mettono facilmente  in crisi con una frase minima.
Una frase che molti adulti vivono come un vero e proprio fallimento organizzativo.

Mi annoio!

A quel punto la macchina educativa si mette in moto, come se il compito dell’adulto fosse impedire in ogni modo che il bambino entri in contatto con un tempo vuoto, con una pausa, con un margine di inattività.

Ma qui conviene invece fermarsi, perché la noia, nell’infanzia, chiede di essere compresa con maggiore precisione.
E chiede anche di essere difesa.
In una cultura che spinge costantemente verso la prestazione, il riempimento, l’intrattenimento e la saturazione degli spazi mentali, la noia ha finito per assumere la forma di un nemico.
Viene confusa con trascuratezza, disinteresse, povertà di proposta educativa. In realtà, molto spesso, segnala che il bambino si trova davanti a una soglia evolutiva delicata e importante: il passaggio dal ricevere stimoli al cominciare a generarli.

Il vero problema non è la noia del bambino, ma l’intolleranza dell’adulto verso i tempi vuoti

Questo è il primo punto da mettere a fuoco con chiarezza.

Molti adulti dichiarano di temere che il bambino si annoi.
In realtà, a faticare è spesso l’adulto. 
Il vuoto mette in difficoltà, trasmette la sensazione di dover intervenire, proporre, animare, dimostrare di essere presente, efficace, competente.
Da qui nasce una forma di iperattivazione educativa che oggi vediamo molto spesso: bambini continuamente accompagnati da stimoli esterni e adulti costantemente impegnati a evitare pause, cali, rallentamenti, sospensioni.
E troppo spesso, dopo aver provato ciò che materiali e fantasia a disposizione consentono, il finale vede il bambino davanti a uno schermo.

L'atteggiamento di reazione alla noia dei bimbi da parte dell'adulto prende forme diverse.
Talvolta si esprime in una successione ininterrotta di attività organizzate. Altre volte passa attraverso un ricorso rapido agli schermi, usati per placare, distrarre, riempire. In altri casi si manifesta in un eccesso di animazione verbale: domande, proposte, spiegazioni, tentativi di coinvolgimento che finiscono per occupare tutto il campo.

Il risultato più probabile sarà un bambino che dispone di molte occasioni di consumo e poche occasioni di elaborazione.

E’ una differenza sostanziale che va analizzata e compresa.
Un conto è ricevere continuamente qualcosa da fuori.
Un altro conto è maturare la capacità di stare dentro un intervallo, attraversare un leggero disorientamento, cercare un’idea, costruire una direzione, avviare un gesto spontaneo.
È proprio in questo passaggio che si formano alcune competenze centrali per lo sviluppo: iniziativa, tolleranza della frustrazione, organizzazione interna, creatività, capacità di attendere, disponibilità a restare in contatto con ciò che si prova emotivamente senza pretendere un sollievo immediato.

La noia è spesso una fase di lavoro interno

Se osserviamo bene i bambini ci accorgiamo che la noia (quella vera, non quella che attende semplicemente che l’adulto intervenga) raramente coincide con una vera assenza di attività psichica.
Da fuori appare come un tempo morto, ma interiormente al contrario è un tempo molto denso.

Il bambino rallenta.
Si disorganizza un poco.
Cerca, sospende, esita e vive l'esperienza di un leggero attrito interno che prima o poi innesca un lavoro silenzioso: il cervello riorganizza frammenti di esperienza, collega immagini, riprende tracce lasciate da giochi precedenti, mette insieme pezzi sparsi di vissuto emotivo e sensoriale, inventa per colmare i vuoti.

Chi ha lunga esperienza con i bambini piccoli conosce bene questo fenomeno, perché anche il momento che precede l’invenzione di un gioco è spesso un momento nebuloso.
Dall’esterno sembra non stia succedendo nulla di interessante.
Poi, all’improvviso, qualcosa prende forma e in una frazione di secondo una coperta diventa una tana, una grotta, un fortino. Due sedie accostate diventano un treno, un teatro o una scuola. Una scatola si trasforma in garage, casa, tamburo, cuccia, nave, letto per una bambola.

Già solo da queste poche considerazioni emerge l'evidenza che la creatività infantile non prosperi nel sovraccarico di proposte, ma nella rarefazione di spazi e tempi. Servono la possibilità di sperimentare ambienti e materiali, la disponibilità di tempo, l'essenzialità di oggetti e persone a disposizione. La povertà fertile dell’ambiente è fondamentale, perché gli spazi non devono dire tutto e soprattutto non in modo esplicito. I significati vanno ricercati o creati dai bambini, che possono così avere la possibilità di aggiungere del proprio.

Dal punto di vista neuroscientifico

Quando si parla di noia si rischia facilmente di scivolare nella genericità, conviene pertanto considerare in modo più approfondito gli aspetti fisiologici.

Il sistema nervoso infantile ha bisogno di alternanza tra fasi di attivazione, di integrazione e di pausa.
Un ambiente che proponga stimoli in modo continuo, rapido, intenso, brillante, variabile, rende più difficile questo lavoro di organizzazione. Il cervello resta esposto a una richiesta permanente di orientamento, risposta e adattamento che nell'immediato possono far sembrare il bambino coinvolto. Nel medio periodo però l'impatto della stimolazione esterna potrebbe diventare sempre più importante, rendendo il bambino sempre meno capace di attivarsi autonomamente, meno tollerante verso l’attesa e verso i momenti meno intensi.

Entra in gioco anche un altro aspetto, che riguarda da vicino il tema delle funzioni esecutive: l'allenamento alla possibilità di pianificare un’azione, di inibire una risposta impulsiva, a mantenere un’intenzione, a cambiare strategia, a tollerare che qualcosa non accada subito.
Questo allenamento non si costruisce soltanto con attività strutturate o compiti guidati, ma si struttura soprattutto nei tempi in cui il bambino deve organizzarsi in autonomia. La noia rappresenta molto bene questo piccolo spazio di sospensione in cui il bambino sperimenta l’assenza di una gratificazione pronta e, passo dopo passo, sviluppa risorse per generare una direzione personale.

Infine va considerato un altro aspetto, spesso trascurato, che riguarda la regolazione emotiva.
Stare nella noia significa anche permanere per un certo tempo in compagnia di un’esperienza interna poco piacevole. Significa attraversare un micro-disagio senza cancellarlo subito. Per un bambino questa è una forma preziosa di allenamento affettivo: impara che ogni sensazione chiede ascolto, modulazione, tempo. Impara che un vuoto può essere abitato, trasformato. E impara che una lieve frustrazione non equivale a un’emergenza ma che ci sono diversi livelli di modulazione del disagio e diverse possibilità di risposta.

Quando questo passaggio viene sistematicamente evitato, il sistema nervoso si abitua a cercare una regolazione rapida fuori da sé. Non sorprende allora vedere bambini che, davanti a una minima pausa, sembrano disorientati, incapaci di sopportare intervalli anche minimi. Come se il silenzio, l’attesa o la mancanza di input rappresentassero una soglia ingestibile.

La noia non va idealizzata, ma piuttosto riconosciuta, contenuta, accompagnata

Naturalmente sarebbe ingenuo trasformare la noia in una specie di formula magica: non ogni noia permette di crescere allo stesso modo.
Esistono contesti poveri, ambienti spenti, situazioni in cui il bambino appare ritirato, svuotato, disconnesso. Esistono bambini con profili neuroevolutivi diversi, sensibilità sensoriali differenti, soglie di attivazione molto personali. Esistono fatiche emotive che chiedono letture attente. Per questo serve sempre un criterio clinico e pedagogico e mai una risposta generalizzata.

Il punto, però, resta ben fermo: in moltissime situazioni quotidiane ciò che chiamiamo noia corrisponde a un tempo di passaggio fisiologico utile. Perfino necessario.
L’adulto competente sa distinguerlo da altre condizioni e sa che non tutto va riempito. Sa che accompagnare non significa occupare ogni spazio o sostituire il vuoto del bambino con la propria presenza o le proprie proposte.
Ecco che entra in gioco l'importante questione educativa che riguarda la qualità della presenza adulta.
Un adulto può essere presente in modi molto diversi. A volte può invadere, dirigere o sostituirsi. Oppure, pur con le migliori intenzioni, può anticipare o limitare l'azione.
Può invece offrire una presenza salda, discreta e rassicurante, capace di partecipare al tempo del bambino senza colonizzarlo.
Questa seconda modalità è quella che aiuta nel miglior modo lo sviluppo, perché consente al bambino di sentire che c’è un contenimento senza però essere trascinato in una proposta già confezionata.

Come spostare la prospettiva

La domanda più diffusa è: come faccio a evitare che mio figlio si annoi?
Ma la domanda pedagogicamente più utile è un’altra: quale ambiente, quale organizzazione posso ideare per aiutare un bambino a trasformare la noia in iniziativa?

Finché il problema viene posto in termini di intrattenimento, l’adulto resterà prigioniero della ricerca incessante di contenuti, giochi, diversivi, soluzioni.
Ma se la questione viene posta in termini di crescita, ecco che il centro si sposta. Diventano importanti la qualità del tempo, la leggibilità del contesto, la sobrietà degli oggetti, il ritmo delle giornate, la tolleranza verso le piccole frustrazioni, la fiducia nelle capacità autorganizzative del bambino.
E sul medio e lungo periodo questo aiuta il bambino a comprendere il proprio ruolo, a viverlo attivamente e a superare con determinazione e competenza le difficoltà che inevitabilmente si troverà ad affrontare.

Quindi la questione educativa non riguarda trovare ogni volta qualcosa da far fare ai bambini, ma costruire condizioni favorevoli perché possano, sempre più, attivarsi in modo personale e fecondo.

Alcuni adulti parlano di autonomia, ma la impediscono senza accorgersene

È un paradosso che molti genitori faticano a riconoscere.
Si desiderano bambini creativi, autonomi, capaci di iniziativa, ma poi si organizza ogni loro intervallo, si interpreta ogni esitazione come richiesta di aiuto, si anticipa il bisogno prima ancora che diventi pensiero.
Si propone troppo. Si parla troppo. Si guida troppo.

L’autonomia, invece, richiede una certa dose di esperienza diretta del limite, del vuoto, dell’attesa, del cercare senza trovare subito.

Questo vale già nei primissimi anni, in forme ovviamente proporzionate all’età.
Vale al nido, quando un bambino piccolo osserva a lungo prima di decidere cosa fare.
Vale nella scuola dell’infanzia, quando magari fatica a iniziare un gioco e sembra restare sospeso senza agire e senza prendere iniziative.
E vale spesso anche più avanti, quando da ragazzo si cercherà costantemente un riempimento esterno, perché avrà allenato poco la possibilità di sostare con sé stesso.

Da questo punto di vista la noia, se ben letta, è una palestra di interiorità concreta.
Non è un pensiero astratto, o una posa romantica in cui crogiolarsi in malinconia e nostalgia: la noia è un’esperienza corporea profondamente concreta, impregnata di affettività, ricca di elementi cognitivi e (si spera) di consapevolezza.
Nella noia il corpo rallenta, si muove poco: lascia sempre più spazio al pensiero, che con i suoi tempi inizia a mobilitarsi.
L’affettività cerca un appiglio, trovandolo nell'esperienza.
Solo a questo punto possono prendere vita iniziativa e azione.

Che cosa si può fare per usare al meglio la noia

Purtroppo non ci sono ricette o protocolli, perché la noia è come la fantasia: ognuno ha la sua, con caratteristiche e funzionamenti unici. Quindi servono meno ricette e e più criteri perseguibili:

Smettere di interpretare la noia come un guasto educativo

Un bambino che si annoia non sta necessariamente segnalando una carenza dell’adulto. Potrebbe trovarsi in quel tratto di passaggio in cui l’iniziativa personale sta cercando spazio, e questa lettura cambia immediatamente la qualità dell’intervento.

Rallentare la risposta

Quando compare il classico "mi annoio", è utile evitare di attivarsi immediatamente.
Bastano pochi minuti di attesa vera, con una presenza calma e disponibile.
Spesso l’idea nasce proprio non appena l’adulto smette di riempire.

Curare l’ambiente

Troppi oggetti, troppi stimoli, troppa visibilità di tutto, spesso confondono più di quanto aiutino.
Un ambiente ben pensato, con materiali accessibili, aperti, trasformabili, favorisce l’emergere del gioco spontaneo: una scatola, un telo, dei cuscini, degli elementi naturali, materiali destrutturati offrono al pensiero infantile un margine di azione molto più ampio di molti giochi chiusi e iperdefiniti.

Dare un nome all’esperienza senza drammatizzarla

Si può dire: Vedo che per adesso non hai ancora trovato cosa fare. 
Oppure: Siamo in un momento di attesa, aspettiamo e vediamo cosa arriva.
Questo tipo di rispecchiamento aiuta il bambino a sentirsi compreso e contenuto, accettando di aspettare, senza ricevere subito una soluzione confezionata.

Ridurre il ricorso sistematico agli schermi nei tempi morti

L’uso ripetuto dello schermo come risposta automatica al vuoto: insegna al sistema nervoso una strada che impiega pochissimo a diventare ben definita: appena compare un calo, serve una stimolazione forte e pronta.
Già nel medio periodo questa associazione indebolisce la tolleranza all’attesa e abbassa la soglia di accesso al gioco autonomo.

Difendere tempi non saturi nella routine

Le giornate dei bambini hanno bisogno di respirare.
Non tutto deve essere programmato, spiegato o finalizzato.
Ci sono occasioni in cui può accadere qualcosa di molto formativo proprio perché nulla è stato predisposto in anticipo.

Considerare l’unicità del profilo del bambino

Ci sono bambini che entrano nel vuoto con facilità e altri che ne vengono destabilizzati più intensamente. Ci sono bambini molto sensibili sul piano sensoriale, altri con maggior bisogno di struttura, altri ancora che necessitano di un aggancio corporeo o relazionale più marcato.
Pedagogia flessibile significa proprio questo: tenere fermo il principio, ma modulare a mente ben aperta l’applicazione.

Un’ultima osservazione finale

La noia, in fondo, mette alla prova due tipi diversi di fiducia:
- la fiducia del bambino nelle proprie risorse nascenti
- la fiducia dell’adulto nello sviluppo e nell'insieme di processi.

Quando un adulto riempie tutto, spesso comunica (forse senza volerlo): temo che da questo vuoto tu non sappia uscire. Temo che tu abbia bisogno di me per superare questo momento,.
Se invece l'adulto resta in osservazione, contiene senza vincolare e sa offrire un ambiente ricco di senso, riesce a comunicare la fiducia nel fatto che il bambino potrà cercare, attendere, trovare, inventare. Sbagliare, se necessario, ma anche poi di riprovare.

Questo è un messaggio educativo potentissimo: per questo permettere ai bambini di annoiarsi, entro contesti curati e leggibili, non equivale a lasciarli soli in un vuoto sterile.
Anzi, equivale a riconoscere che la crescita ha bisogno anche di tempi lenti, di margini, di sospensioni, di piccoli deserti fertili.
È lì che il pensiero si mette in moto, che l’immaginazione smette di consumare e comincia a produrre.
È lì che il sistema nervoso impara, poco per volta, che non ogni assenza va colmata subito e che ci si può anche permettere di attendere.

Se questo tema ti è piaciuto, puoi approfondire anche altri contenuti del podcast, e se hai bisogno di un sostegno per gestire al meglio il tempo scrivimi all’indirizzo info@centrostudipedagogici.it

Spesso il primo cambiamento nasce proprio dal modo in cui iniziamo a osservare: guarda quello che prende forma nei prossimi giorni, e abbi fiducia nell'attesa.
Ti do appuntamento al prossimo episodio di Pedagogia Flessibile.

 


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