I nonni e il tempo lungo dell’infanzia
I nonni sono il punto in cui il passato può ancora avere una voce nel presente e, attraverso la relazione con un bambino, continuare a camminare verso il futuro.
I nonni collegano il bambino a una dimensione più ampia del presente: alla storia familiare, alle generazioni precedenti, ai ritmi lenti, alla memoria e alla continuità.
Il “tempo lungo” è quindi il tempo delle radici, dell’esperienza accumulata e di ciò che passa da una generazione all’altra.
Possono essere presenti ogni giorno oppure vivere a centinaia di chilometri di distanza; possono occuparsi concretamente dei nipoti, accompagnarli a scuola, preparar loro il pranzo, andare a prenderli nel pomeriggio, oppure comparire soprattutto nelle telefonate, nelle fotografie e nei racconti di famiglia.
Qualche volta possono non esserci affatto.
Eppure la figura del nonno continua ad avere un significato che va oltre la quantità di tempo trascorso insieme.
Nel discorso quotidiano si parla spesso dei nonni soprattutto come di una risorsa organizzativa per le famiglie: aiutano i genitori, coprono gli imprevisti, rendono possibile conciliare lavoro e cura, alleggeriscono giornate complicate.
Tutto vero.
Ma pedagogicamente il loro valore è molto più ampio. Il nonno introduce nella vita del bambino qualcosa che né il genitore né l’educatore possono rappresentare nello stesso modo: la presenza di una generazione precedente, il legame con ciò che esisteva prima della sua nascita, il senso di appartenere a una storia più lunga della propria esperienza immediata.
È una funzione discreta, spesso invisibile. Proprio per questo merita di essere riconosciuta.
Il bambino non nasce soltanto nel presente
Nei primi anni di vita il mondo del bambino è inevitabilmente centrato sull’oggi: i suoi bisogni, le sue relazioni, le routine, i luoghi che conosce.
Crescendo, però, comincia progressivamente a intuire che esisteva un mondo prima di lui. Scopre che la mamma è stata una bambina, che il papà ha avuto una scuola, degli amici, che combatteva con le sue paure, che ha combinato sbagli e marachelle; scopre che quella casa in una vecchia fotografia era abitata da persone che fanno parte della sua famiglia e che molti avvenimenti sono accaduti quando lui ancora non c’era.
I nonni sono spesso il primo ponte concreto verso questa scoperta.
Attraverso di loro spesso la storia familiare acquista un volto, una voce e dei gesti. Il passato smette di essere un concetto astratto e diventa esperienza narrabile: “quando tua mamma era piccola”, “quando abitavamo lì”, “questa ricetta la preparava la mia mamma”, “questo gioco lo facevamo anche noi”.
Il bambino comincia così a percepire che la propria esistenza è inserita in una continuità, e che la sua identità può contare su un’appartenenza sufficientemente solida da permettere, un giorno, anche di prendere strade nuove.
I nonni allargano il mondo affettivo
Nei primi anni il bambino costruisce la propria sicurezza attraverso relazioni ripetute, affidabili e riconoscibili. Quando accanto ai genitori esistono altre figure familiari significative, il suo universo relazionale può progressivamente ampliarsi.
Il nonno ad esempio è un adulto, ma non è il genitore. E questa differenza apre possibilità interessanti.
Con lui cambiano i tempi, le parole, i rituali. Forse si mangia in un altro modo, si raccontano storie diverse, si passeggia con un ritmo differente.
Alcune regole rimangono le stesse, altre sono più elastiche. Un nonno può essere molto espansivo, un altro riservato; qualcuno ama cucinare, qualcun altro aggiustare oggetti; qualcuno racconta, qualcuno ascolta.
Un bambino può così sperimentare che esistono modi diversi di essere adulti affidabili e modi diversi di esprimere attenzione e affetto.
“Con me non eri così”: perché con i nipoti cambia tutto
Prima o poi, in moltissime famiglie, arriva una frase pronunciata con un misto di ironia e stupore: “Quando ero piccolo io, con me non facevi mica così”.
E spesso è vero.
I nonni concedono ciò che da genitori non avrebbero concesso.
Comprano una merenda in più, chiudono un occhio su un orario, tollerano una disordinata invasione del salotto che venticinque anni prima avrebbe scatenato una battaglia.
Qualche volta i genitori ne sorridono, qualche volta si irritano.
Naturalmente i confini educativi condivisi restano importanti e il ruolo dei nonni non consiste nell’annullare quello dei genitori. Tuttavia leggere ogni maggiore elasticità come semplice incoerenza sarebbe superficiale.
Essere genitori ed essere nonni significa occupare due posizioni profondamente diverse.
Il genitore vive la responsabilità quotidiana: deve educare, organizzare, decidere, contenere, sostenere, lavorare, affrontare stanchezza e preoccupazioni.
I nonni, nella maggior parte dei casi, non portano sulle spalle l’intero peso di quella responsabilità. Possono quindi vivere la relazione con una diversa distanza.
Inoltre sono cambiati loro.
Sono trascorsi anni. Alcune convinzioni si sono consolidate, altre si sono ridimensionate. L’esperienza ha mostrato che molte cose sulle quali un tempo sembrava necessario combattere avevano, in fondo, un’importanza relativa.
Con l’età si può diventare più pazienti oppure più stanchi, più disponibili oppure più selettivi. Si può aver imparato che una macchia su una maglietta si lava e che un pomeriggio passato serenamente con un bambino non torna più.
Ecco che quella maggiore indulgenza, quando rimane dentro confini rispettosi del ruolo genitoriale, può trasmettere anche il significato di una diversa gerarchia delle cose importanti.
I nonni trasmettono cultura senza necessariamente “insegnare”
Uno dei contributi più preziosi della relazione intergenerazionale passa attraverso attività apparentemente piccole. Preparare una torta, annaffiare le piante, piegare un tovagliolo, lavorare a maglia, raccogliere castagne, sbucciare una mela, sistemare una scatola di bottoni, passeggiare osservando gli alberi.
Sono situazioni che sviluppano moltissime competenze tecniche, ma soprattutto attraverso quei gesti si trasmette una cultura quotidiana.
Il bambino non impara soltanto come si mescola un impasto, ma che avere cura per dosi e gesti permette di preparare con amore qualcosa per un’altra persona.
Non osserva soltanto un gomitolo trasformarsi in un cappello: scopre che il tempo e le mani possono lasciare una traccia concreta.
Non passeggia soltanto in un parco: può apprendere che vale la pena fermarsi davanti a un fiore, riconoscere un profumo, aspettare, guardare.
È un sapere corporeo, pratico, spesso non verbalizzato. Una forma di conoscenza che passa attraverso il fare insieme e che, proprio per questo, può diventare profondamente memorabile.
Un rapporto diverso con il tempo
C’è un elemento che oggi assume un valore particolarmente importante: i nonni appartengono spesso a una generazione che ha conosciuto ritmi differenti.
Naturalmente non tutti i nonni vivono lentamente e non tutti i genitori corrono: sarebbe una caricatura generazionale.
Esiste però una differenza culturale significativa: molte persone oggi anziane hanno conosciuto una quotidianità meno istantanea di quella nella quale stanno crescendo i bambini contemporanei.
Una torta deve cuocere.
Una pianta non fiorisce perché qualcuno la sollecita.
Una storia raccontata non può essere accelerata con un dito sullo schermo.
Sono esperienze semplici, ma pedagogicamente importanti.
Insegnano senza prediche che alcune cose accadono soltanto attraverso la continuità, la ripetizione e l’attesa. In una cultura che rende disponibile quasi tutto immediatamente, poter incontrare anche questa diversa temporalità è una ricchezza importante e preziosa da imparare.
Il nonno reale e la figura simbolica del nonno
Qui occorre fare una distinzione importante.
Non tutti i bambini hanno la possibilità di vivere una relazione concreta con i propri nonni.
Qualcuno li ha lontani. Qualcuno li vede raramente. Alcuni sono molto anziani o malati.
Alcuni bambini non li hanno mai conosciuti. In altre storie familiari la relazione può essere difficile, interrotta o non sufficientemente buona da poter essere proposta come riferimento positivo.
Una pedagogia attenta non può fingere che tutte le famiglie abbiano la stessa struttura né costruire intorno alla Festa dei nonni un’immagine obbligatoria della “famiglia felice”.
Questo, però, non significa cancellare la figura del nonno.
Possiamo distinguere la relazione concreta dalla figura simbolica e culturale del nonno: quella dell’adulto appartenente alla generazione precedente, depositario di memoria, esperienza, continuità, cura e rapporto con il tempo.
Un bambino che non ha un nonno vicino, o che non corrisponde a un ideale da prendere ad esempio, può comunque conoscere questa figura attraverso racconti, libri, fotografie, memorie familiari, incontri intergenerazionali e relazioni con persone anziane della comunità.
Non si tratta di sostituire qualcuno, perché gli affetti non si sostituiscono. Ma si tratta di non impoverire l’immaginario del bambino soltanto perché una determinata esperienza non gli è direttamente accessibile.
Possiamo parlare del mare anche a un bambino che non lo ha mai visto. Possiamo raccontare un paese lontano, una professione, un’epoca storica. Allo stesso modo possiamo permettere a un bambino di incontrare il significato della relazione fra nonni e nipoti anche quando quella relazione, nella sua vita personale, assume forme diverse o non può essere vissuta concretamente.
Un baule arrivato da lontano
È proprio da questa riflessione che è nata una piccola ma significativa esperienza con i bambini de La Piccola Coccinella.
Abbiamo immaginato che una coppia di nonni, con i propri nipoti molto lontani, avesse deciso di lasciare un baule in dono ad altri bambini.
Il baule è stato trovato seguendo una scia di fiori lasciati come indizio e scoprendo la fonte di una musica lontana, che ha accompagnato in modo gentile e diffuso tutta l'esperienza.
I bambini hanno magicamente usato i fiori, annusandoli, guardandoli e osservandoli, permettendo al baule di aprirsi lentamente e di svelare i propri tesori.
Perché il racconto parlava di quei nonni che amano passeggiare nei parchi e fermarsi davanti alle cose belle, cercando insieme ai propri nipoti i fiori più curiosi e ricchi di colori.
Nel baule era conservato anche un lavoro a maglia, insieme a diversi cappelli.
I bambini hanno potuto toccarli, provarli, metterli e toglierli, scambiarseli, scegliere quello che preferivano.
In un gesto così semplice entravano autonomia ed esplorazione motoria, ma soprattutto in quei c’era l’immagine di qualcuno che dedica il proprio tempo a creare qualcosa per un’altra persona.
Infine abbiamo trovato una ciotola e un cucchiaio di legno.
E abbiamo immaginato la nuvola della farina, il profumo del burro e della frutta e la cura delle cose preparate per qualcuno a cui si vuole bene.
Non abbiamo dovuto spiegare ai bambini che cosa “fanno i nonni”. Tanti di loro hanno spontaneamente raccontato cosa fanno loro con i nonni, e ognuno ha avuto modo di immaginarsi in una relazione con loro.
Nessun nonno reale deve cucinare, lavorare a maglia o amare i fiori per essere un buon nonno: erano semplici metafore concrete di tre grandi dimensioni della relazione: condividere il tempo, prendersi cura, lasciare qualcosa di sé.
Perché una ricorrenza può diventare esperienza educativa
La Festa dei nonni rischia, come molte ricorrenze, di trasformarsi in una data del calendario accompagnata da un lavoretto da portare a casa. Non c’è nulla di sbagliato nel realizzare un regalo, una fotografia o un piccolo manufatto. Il problema nasce quando il prodotto sostituisce completamente l’esperienza.
In educazione importa poco cosa si porta a casa al termine della giornata. E' più importante riuscire a fare i conti con tutto ciò che i bambini incontrano e trasformano nel corso della loro esperienza.
Se una ricorrenza permette di fermarsi, raccontare, fare domande, osservare fotografie, ascoltare storie, manipolare oggetti, parlare delle persone importanti e attribuire significato alle relazioni, allora smette di essere una semplice occasione celebrativa e diventa esperienza educativa.
Ed è proprio per questo che il tema dei nonni non dovrebbe essere confinato al 2 ottobre.
Anche i genitori hanno bisogno della trasformazione dei nonni
Il rapporto fra nonni e nipoti riguarda inevitabilmente anche la generazione di mezzo.
Diventare genitori modifica il modo in cui guardiamo i nostri stessi genitori.
A volte li comprendiamo meglio, altre volte li comprendiamo meno. Alcune loro scelte assumono un significato nuovo, altre tornano a interrogarci.
Vederli diventare nonni può sorprendere.
La persona che con noi pretendeva ordine assoluto ora tollera costruzioni di cuscini in tutto il salotto. Chi insisteva perché finissimo ogni cosa nel piatto offre tranquillamente un secondo dolce al nipote. Ciò che allora sembrava inderogabile adesso appare negoziabile.
Può essere irritante, ma può anche essere molto tenero. E a volte, agli occhi dei figli adulti, può assumere anche il significato di una richiesta implicita di comprensione, forse persino di perdono.
Forse, in alcuni casi, i nonni hanno semplicemente imparato qualcosa durante il viaggio.
E forse anche questo è un messaggio interessante per i loro figli ormai adulti: si può cambiare.
Essere stati un certo tipo di genitore non condanna nessuno a rimanere identico per sempre. Le persone possono rivedere convinzioni, diventare più morbide, riconoscere errori, scegliere battaglie differenti.
E in qualche caso la relazione con i nipoti può diventare una seconda possibilità di vivere la cura con maggiore libertà.
Senza idealizzare
Non necessariamente tutto quanto sopra deve ridursi alla costruzione di una figura idealizzata dei nonni.
Ci sono nonni invadenti, assenti, fragili, poco rispettosi dei confini educativi. Esistono relazioni familiari difficili e situazioni nelle quali proteggere il bambino significa anche limitare un rapporto.
Il valore della figura intergenerazionale non obbliga nessuna famiglia a mantenere relazioni dannose.
La pedagogia ha bisogno di concretezza e coerenza, non di cartoline.
Proprio per questo possiamo riconoscere la ricchezza dei nonni senza trasformarli in personaggi perfetti.
La loro importanza sta anche nel fatto che sono persone: portano la propria storia, i propri limiti, le proprie competenze, le proprie contraddizioni.
E quando la relazione è buona, questa umanità è parte del dono.
Grazie, nonni!
Allora il ringraziamento ai nonni può essere molto più di una formula legata a una festa.
Grazie a chi accompagna ogni giorno e a chi riesce a esserci soltanto qualche volta.
A chi cucina, a chi racconta, a chi aggiusta, a chi insegna un gioco, a chi telefona la sera.
A chi ha ancora moltissima energia e a chi deve sedersi dopo pochi passi, trovando proprio da quella panchina il tempo per osservare insieme una formica.
Grazie a chi sa rispettare il ruolo dei genitori senza rinunciare alla propria presenza.
A chi conserva le storie di famiglia e a chi ne sta costruendo di nuove.
A chi lascia un oggetto fatto con le proprie mani, una ricetta, una frase, un modo di fare, una memoria.
Ma grazie anche ai nonni che dopo un paio d'ore restituiscono volentieri i nipoti al mittente e che si chiedono come hanno fatto a loro tempo a sopportare così tanto.
Perché ricordiamoci che crescere è faticoso, impegnativo, a volte frustrante. E se è vero che i figli sono nostra piena responsabilità, i nonni un po' di libertà in più se la possono concedere.
E grazie anche ai nonni che non possono più esserci e che continuano a vivere nel modo in cui vengono raccontati e immaginati.
Questa è forse una delle funzioni più profonde della relazione fra generazioni: ricordarci che una vita umana non comincia completamente da zero e non termina completamente con noi.
C'è stato qualcuno che ci ha consegnato parole, gesti, abitudini, storie, possibilità. O avremmo voluto che ci fosse.
E quel qualcuno, quando a sua volta è stato bambino, ha vissuto con la stessa intensità e lo stesso desiderio di essere unico e speciale che oggi anima ognuno dei suoi nipoti.















